Il pianto del neonato

Il pianto del neonato

Il pianto del neonato è senza dubbio una delle cause di grande stress da parte di neo mamme e la cosa non deve meravigliarci, lo stress della mamma è causato dall’impotenza, dal fatto che nonostante lei si prodighi per il benessere del suo neonato lui continui ad avere un disagio e che lo esprima attraverso il pianto.

Molte volte le mamme mi dicono, il neonato è pulito ha mangiato, ha fatto il ruttino, ma non riesco a  capire, piange e non riesco a consolarlo ed io mi sento completamente inadeguata.

Il pianto è l’unico mezzo che il  neonato ha per esprimere un disagio e le cause possono essere molte, un dolorino al pancino, una bolla d’aria che non riesce ad uscire, un problema di reflusso gastro- esofageo.

Un pediatra neonatologo mi diceva che negli ultimi anni l’incidenza di questo problema nei neonati è aumentato del 120%  una percentuale che indubbiamente fa riflettere.

Ma le cause del pianto del neonato possono essere anche non soltanto di origine fisica, può sentirsi solo.
Si, esattamente, può aver bisogno di coccole.

Io faccio sempre questa osservazione con le neo mamme durante tutta la gestazione, che come tutti sanno può terminare alla 40 settimana, il bimbo è all’interno dell’utero, dove può toccare le pareti e provare sicurezza, è continuamente massaggiato dall’acqua che ha intorno, pensiamo a noi nella vasca da bagno ed al piacere che proviamo, avvolto in una temperatura a lui congeniale.

Inoltre non dimentichiamo che ascolta il battito del cuore della mamma, la sua voce, tutto questo è per lui fonte di grande sicurezza, ed allora perché non dovrebbe sentirsi solo perché non dovrebbe esprimere un bisogno di stare tra le braccia della mamma, o del papà?.

Molti mi dicono: allora è già viziato, già ha compreso le braccia, cosa significa? Perché non dovrebbe essere più sereno se lo abbiamo in braccio? A pensarci bene, se noi dobbiamo affrontare un piccolo intervento o abbiamo un dolore cerchiamo di stringere una mano amica, tutto ciò non attenua il dolore vero e proprio, quello rimane, ma la nostra percezione cambia e lo sopportiamo meglio, perché per un neonato dovrebbe essere diverso.

Io quando affianco una neomamma ed il neonato piange disperato  le chiedo  di prenderlo e di parlargli con dolcezza, spiegandogli che lei è lì per lui che sta cercando di comprendere quale sia il problema e di aiutarlo di avere pazienza che insieme lo risolveremo.

Comprendo perfettamente che una neomamma, vorrebbe vedere risolto in un click, poiché oggi è così che siamo abituati, il pianto del suo neonato; vorrebbe che la stanchezza di una gravidanza e di un parto, a volte spontaneo altre cesareo, fossero subito alle spalle, ma non è così semplice e veloce, c’è bisogno di tempo c’è bisogno di aiuto da dedicare a se stesse per poter tornare ad essere serene oltre che in forma.

In fondo un neonato è tale fino a 40 giorni e cosa sono di fronte a una vita?

Latte nero di Elif Shafak

“Un libro intenso, che tocca vari nervi scoperti dell’animo femminile: dal senso di inadeguatezza generico delle donne, all’obbligo di maternità alla depressione post partum.”
Questo in breve quanto scritto in una recensione dello libro “Latte Nero”, vorrei segnalarlo a tutte le mamme, perchè mi ha colpita, ho sentito dentro la disperazione di una donna, ma sopratutto la sua rinascita il suo uscire fuori da un vicolo buio.
Una grande speranza per tutte le donne che si trovano in un periodo analogo e non riescono a vedere la luce in tutto questo, ho tratto alcune pagine che sono secondo me significative e vorrei metterle a disposizione di tutte.
Eccole:
“Quel giorno misi la bambina nel passeggino e mi avventurai sulla strada trafficata. Prima con cautela, poi con più coraggio. Parlai con altre donne delle esperienze post partum e mi stupii di scoprire che molte avevano attraversato analoghe difficoltà emotive. Perché non ne sapevamo di più? Mi ero sempre sentita dire che le donne fanno i salti di gioia appena stringono i loro bebè tra le braccia. Nessuno mi aveva detto che, saltando, alcune sbattono la testa contro il soffitto e restano temporaneamente stordite.
Mentre scrivevo Lattenero, ebbi una miriade di conversazioni commoventi con donne di tutte le età e le professioni. Pian piano mi resi conto di non essere sola e questo mi aiutò moltissimo. Cercare sollievo nella com-pagnia era paradossale per una persona che si era sempre vantata di amare la solitudine, ma decisi di non curarmene.
Il fatto è che la depressione post partum è molto più diffusa di quanto la nostra società voglia credere.
Stranamente, in passato le donne lo sapevano. Le nostre bisnonne conoscevano le varie forme di instabilità post partum e dunque erano meglio preparate. Trasmettevano questo sapere alle figlie e alle nipoti. Oggi però ci siamo allontanate così tanto dal passato da non avere un vero accesso a questa saggezza. Siamo donne moderne. Quando siamo stanche e piene di lividi interiori, nascondiamo i segni con le ultime tecniche di make-up. Pensiamo di poter partorire un giorno e continuare con la nostra vita il successivo. Alcune lo fanno, naturalmente. Il problema è che altre non ci riescono.
In Turchia, le anziane credono che, nei quaranta giorni dopo il parto, la neomamma debba essere sempre circondata dai suoi cari. Se venisse lasciata sola, anche per pochi minuti, potrebbe essere esposta agli attacchi dei jinn, cadendo vittima di una valanga di ansie, timori e preoccupazioni. Questa è la ragione per cui le famiglie più tradizionali decorano ancora il letto della neo mamma di nastri scarlatti e spargono nella stanza semi di papavero consacrati per tenere lontane le creature soprannaturali che fluttuano nell’aria.
Non voglio dire che dobbiamo lasciarci guidare da una serie di superstizioni o pretendere che il personale sanitario appenda trecce d’aglio e amuleti contro il malocchio nei reparti maternità. Dico solo che le donne dei tempi pre-moderni – grazie alle loro storie, tradizioni e credenze da vecchie comari – erano consapevoli di un fatto essenziale che noi non siamo altrettanto brave a comprendere: nel corso della vita, la donna attraversa varie fasi importanti, e la transizione da una all’altra può non essere facile. Prima di ricominciare a vivere appieno il presente, può essere necessario chiedere aiuto, sostegno e consiglio. Mentre una donna – o un uomo – passa da un giorno al successivo, lottando, risolvendo i problemi, organizzando e controllando, ci sono momenti in cui la macchina del suo corpo può incepparsi. Nella nostra determinazione ad affermarci e a essere forti e sempre perfette, abbiamo perso di vista questa saggezza semplice e antichissima.
La Signora Debolezza non è molto popolare fra le rappresentanti della nostra generazione. Nessuno sa dove si trovi oggi, ma si mormora sia stata esiliata su un’isola del Pacifico o in un villaggio alle pendici dell’Himalaya. Tutte ne abbiamo sentito parlare, ma è proibito pronunciare il suo nome ad alta voce. Al lavoro, a scuola o a casa, ogni volta che la sentiamo menzionare, sussultiamo, temendo le conseguenze. Benché non sia esattamente sulla lista dei ricercati dall’Interpol, nessuno vuole essere associato alla sua figura.
Tutto ciò non esclude che la maternità sia uno dei doni più grandi della vita. Plasma il cuore come argilla, mettendo ci in sintonia con il ritmo dell’universo.
Non a caso molte donne affermano che la maternità è stata la cosa migliore che sia mai capitata loro. Sono pienamente d’accordo.
Ciononostante una donna non diventa madre nel momento in cui partorisce. Si tratta di un processo di apprendimento, e alcune impiegano più tempo di altre. Ci sono quelle che, come me, vengono profondamente disorientate da questa esperienza. Con questo non intendo dire che diventare madri sia più difficile per le persone creative, perché ho visto donne di tutte le professioni provare uno smarrimento analogo, anche se in misura variabile. Nessuna donna è totalmente immune alla depressione post partum. Forse proprio le più forti e fiduciose sono, in realtà, le più vulnerabili. Stranamente, ci si può ritrovare su queste montagne russe psicologiche tanto alla prima gravidanza quanto alla seconda, alla terza o persino alla sesta.
Dopotutto le gravidanze sono come i fiocchi di neve. Non ne esistono due identiche.”

Cosa ne pensate, condividete la mia opinione? La gravidanza ed un bambino sono un punto di partenza o di arrivo per una donna?
La depressione post partum non è una punizione o una cosa di cui vergognarsi, ma un’esperienza che costringe alla riflessione a fermarsi e ciò può rappresentare una risorsa per la mamma da cui ripartire.
Aspetto i vostri commenti.

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